Non siamo isole

Non siamo isole.
Questa frase continuava a risuonarmi nella testa già qualche mese fa, mentre scrivevo i ringraziamenti per il mio “A Cry in the Shadows”.
La traduzione, l'editing, la nuova copertina, l'impaginazione... È stato un lavoro duro e in qualche momento mi è venuto da pensare anche 'al di sopra delle mie possibilità'. Ho avuto bisogno di aiuto.
Così a questo “non siamo isole” sono stati dedicati i ringraziamenti del libro, nel momento sempre commovente e incredulo che è quello della pubblicazione.

Fatto? Esaurito?
Nemmeno per sogno, perché in questi giorni le stesse parole hanno ripreso a risuonarmi nella testa, apparentemente senza un preciso motivo.

Non siamo isole.
È vero. Quello della scrittura è un viaggio solitario, con la compagnia migliore e più esigente che ci sia: quella di te stesso. Ma nel lavoro, e nella vita, siamo sì molto di più di quello che immaginiamo, ma non siamo tutto senza gli altri. Senza un contraddittorio i nostri pensieri si avvitano su se stessi, senza qualcuno che si entusiasma per quello che scriviamo i nostri 'capolavori' sono parole e non storie, senza un amico o un collega da supportare non ci rendiamo conto di essere in grado di farlo, senza qualcuno da amare non sfidiamo i nostri limiti, senza riconoscere il dolore degli altri non impariamo ad accettare il nostro, se non riusciamo a chiedere aiuto rimaniamo nell'illusione infantile dell'onnipotenza.

Non siamo isole.
Non lo sono nemmeno io, che non a caso ho scelto un lavoro, come la scrittura, da fare in solitario. Il mio istmo, la solida terra che mi lega al continente, è mio figlio Lorenzo. Il mio istmo sono la mia famiglia, anche le persone importanti che non ci sono più (sei sempre con noi, Giuly!), e gli amici. Il mio istmo sono i miei colleghi Autori Indipendenti, con i quali condivido gioie e tormenti di questo lavoro.

Non siamo isole.
Quest'anno ho cambiato scuola a mio figlio. Non volevo che la fiammella che è dentro di lui, come è dentro ogni bambino, si spegnesse. Contro ogni razionalità, con la paura di fare una scelta i cui conti non sarei stata io a pagare, ho sconvolto tutte le carte in tavola del suo percorso educativo e l'ho mandato in una scuola steineriana. Sveglia all'alba e organizzazione quotidiana molto più complicata. Ma ho trovato una comunità di insegnanti, bambini e genitori, pronti ad accoglierlo con il sorriso. Persone che guardano a lui come una persona e non come a un'astratta entità 'bambino'. Siamo solo all'inizio di questa nuova strada, ma spero che la mia scelta sia ripagata con la serenità di mio figlio.

Non siamo isole.
Nel momento più difficile della mia vita ho sperimentato quanto ci si possa sentire smarriti quando la vita di chi ti è caro non dipende da te, e chi dovrebbe prendersene cura si mostra indifferente, se non ostile. Dopo mesi a rivivere quei giorni dolorosi, sono riuscita a dirmi: “avrei dovuto chiedere aiuto”. Bisognerebbe saperlo fare quando ci sono situazioni che corrono il rischio di schiacciarci. Anche accettare di aver bisogno di qualcosa o di qualcuno fa parte di un percorso di crescita.

Non siamo isole.
Riflessioni di questi giorni: tieni lontano chi vuole farti sentire sempre in colpa e chi ha bisogno di fare del male agli altri per sentirsi vivo. Fai notare a chi ti pesta i piedi che a te non fa piacere. Digli anche di spostarsi un po' più in là, se non ha intenzione di smettere.
Sii rispettoso con chi ti rispetta, e ottimista verso il futuro.

Non siamo isole. Mi piaceva semplicemente ricordarlo.

6 commenti:

  1. so right! we are not islands, we are are not solitary animals but people needing other people -- communities

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  2. Happy you agree, Annamaria. And also as Indie Authors is very important to be a community and to support each other.

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  3. Molto bello questo post, Giulia, e fa da eco al primo articolo che ho scritto quando ho lanciato il mio nuovo sito: il fatto che da sola non avrei potuto farcela, senza l'aiuto di preziosi collaboratori.

    Il lavoro dello scrittore e' un po’ solitario, ma solo nel momento in cui raccoglie le idee e le mette nero su bianco. Per il resto quell'isola non ha solo un istmo, ma tanti. Mi fa pensare a un neurone con tanti dendriti che si collegano ad altri neuroni, per far funzionare tutto il cervello in maniera armoniosa.

    E poi, se vogliamo tornare al concetto di isola, e' importante tagliare i ponti con le persone negative, con chi non ha molto da offrire se non la negativita'. bagagli pesanti che non fanno altro che affossarti. Ecco, di gente cosi' ne possiamo fare a meno, e i fardelli inutili li possiamo scaricare.

    A volte possiamo immaginare la nostra isola come coperta da una cupola di vetro, ma non completamente impermeabile, ma un po’ a reticella selettiva, in modo da far entrare e uscire solo le cose positive, il calore, la luce, l'affetto, l'amore, e bloccare invece tutto cio' che e' scuro e pesante. Insomma, una specie di filtro che protegge cio' che e' prezioso dentro, non contamindandolo con le robe tossiche esterne, e non fa neanche fuoriuscire le risorse piu’ preziose che sono all'interno, spesso risucchiate da quelle forze che non hanno necessariamente a cuore il meglio per noi.
    Quindi, non siamo un’isola, ma qualche volta, possiamo esserlo :-)

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    1. Grazie, Martina.
      Grazie di aver messo l'accento su qualcosa che mancava e che completa questa mia piccola riflessione: la scelta.
      Possiamo scegliere di essere isole o di non esserlo. Di gettare ponti o no.
      A volte, hai ragione tu, i ponti che ci portano in posti sbagliati è giusto toglierli. Ma tutto questo, penso, alla fine viene naturale. Quando passiamo attraverso di noi, quando risuoniamo delle nostre energie e non di quelle degli altri, tutto viene naturale. Scelte non contro gli altri, ma per noi stessi.

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  4. Bell'articolo. È vero non siamo isole. A volte però mi rendo conto che quando non ho il sostegno da qualcuno che è molto vicino a me per quello che scrivo mi pare di perdere solo tempo, mi sento triste. Mi sento un'isola sperduta nell'oceano. Quando poi mi lego ai personaggi, alla storia non ci penso e scrivo, però poi il problema si ripresenta dopo, a festa conclusa. Ecco perché sono un po' tormentato nel mio percorso di scrittore. E comunque piccoli consigli e piccoli aiuti arrivano da voi che come me siete indipendenti. Sarò sempre un'isola? Non lo so, onestamente non vorrei, altre volte mi chiudo quando poi qualcuno si interessa al mio scritto solo per sminuire tutto il grosso lavoro fatto. Hai ragione: bisogna allontanare la gente negativa, i pensieri negativi e le delusioni bisogna affossarle subito e pensare in positivo, ma mi riesce un po' difficile. Devo ancora imparare.

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  5. La verità è che dobbiamo anche imparare ad essere delle ottime isole, caro Giovanni. A non dipendere dal giudizio degli altri per esistere. E a tenere a distanza le persone che non ci fanno stare bene.
    Ma non esiste percorso di scrittore che non sia tormentato. In fondo scrivere è anche gridare, trovare una voce che forse in altri modi non abbiamo avuto possibilità di tirare fuori.

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