Dare vita a una nuova storia - 1. Protagonisti & Co.

Comincio con il dire che immaginare la vita di nuovi personaggi, vederli via via prendere forma e qualche volta, perché no?, persino ribellarsi alle mie intenzioni è per me la parte più piacevole di ogni nuova storia.
Dopo avere più o meno immaginato cosa succederà e dove, in genere prendo un piccolo quaderno - uno nuovo per ogni nuovo romanzo - e comincio a pensare ai personaggi che via via mi sono venuti in mente. E comincio dalla scelta del nome.
Il nome è importante. Riesci a immaginare cosa può fare o non fare un personaggio con quel nome. Puoi vederlo, fisicamente, e arrivare persino a sentire cosa prova chi lo chiama, con quel nome, o lo saluta.
Per facilitare questo lavoro di ricerca del nome - forse pensando a chi aspetta un bambino più che alle turbe di noi scrittori - sono nati una serie di siti (come Behind the name ) che generano random nomi a seconda della nazionalità scelta.
Alcuni di questi nomi, va detto, sono improponibili. Ma cercando qua e là e a volte mescolandoli, si può riuscire a risparmiare un po' di tempo in questa operazione preliminare.
Può anche capitare, in corso d'opera, che il personaggio si opponga al nome che con tanta cura si era deciso di scegliere per lui. In questo caso non c'è che da provarne qualcun altro, fino a reciproca soddisfazione.
Mai lasciare un personaggio scontento. Prima o poi troverebbe il modo di farcela pagare.

E poi? Una volta che il nome è trovato, comincio a pensare a una serie di cose apparentemente banali che in fase di scrittura si rivelano sempre utilissime. Che aspetto ha questo nuovo personaggio? Come veste? Quali sono i suoi gusti? Cosa ama mangiare? Ha qualche idiosincrasia? È sposato, ha una famiglia o altro? Qual è il suo passato?
E via via, con queste domande, si arriva al cuore del personaggio, che da burattino di legno si sta via via animando. Che carattere ha? Cosa nel suo passato ha fatto sì che sia come è? Qual è il suo 'fatal flaw'?
Quest'ultima domanda, come ho già detto in un mio guest-post sul blog di Rita Carla Francesca Monticelli (Come mai finisco sempre per uccidere i mariti altrui?), credo che sia la domanda chiave almeno per il protagonista del libro, e per il suo co-protagonista, se c'è.
Una volta trovato questo 'fatal flaw', è importante ricostruirne la storia. Non è necessario raccontarla, ma chi scrive deve conoscerla.
Perché il plot del racconto obbliga il protagonista ad incontrare i limiti che la vita gli ha imposto e ad affrontare il cambiamento.
Per me, è questo il vero succo di ogni storia.
È anche vero che ci sono storie in cui il protagonista non cambia (un esempio per tutti: Mary Poppins). In questo caso il ruolo del protagonista è quello di sollecitare il cambiamento negli altri personaggi. Si tratta di quello che viene chiamato 'eroe catalizzatore'.

A chi sia affaccendato in questo lavoro di riflessione sul suo protagonista, posso consigliare almeno uno strumento in più. Da usare - secondo me - quando l'idea che abbiamo del nostro personaggio è già abbastanza avanzata. Per perfezionarla senza frenare la nostra creatività.
Questo strumento sono gli archetipi individuati da Carol Pearson nel suo libro 'L'eroe dentro di noi'.
Facendo riferimento a Jung e all'opera di Joseph Campbell la Pearson individua sei archetipi-base: l'Innocente, l'Orfano, il Martire, il Viandante, il Guerriero, il Mago. Tipologie psicologiche, ma anche fasi che in diverso ordine tutti noi attraversiamo nel nostro percorso di crescita individuale.
La condizione iniziale è la fase dell'Innocenza, in cui tutto sembra lì solo per noi. Dopo l'adolescenza, invece, l'individuo si rende conto dell'imperfezione e della fallibilità del mondo e si sente un Orfano che ha perso la sua condizione di onnipotenza.
C'è gente che si sente così e recrimina per tutta la vita, incapace di prendersi la responsabilità della propria esistenza...
Senza dilungarmi su tutte le categorie (se siete interessati, vi consiglio di leggere il libro della Pearson), confesso che mi intriga la categoria del Guerriero, perché è quello che non sono ancora stata capace di essere, e che sogno di arrivare ad essere un Mago. Il Mago è infatti l'archetipo di chi comprende il senso della vita, e anche del dolore. È un alchimista che sa trasformare ogni esperienza in qualcosa di positivo.
Quindi, per tornare a noi, può essere di grande aiuto, per completare il nostro lavoro, sapere in quale stadio della sua crescita si trova il nostro protagonista e cosa deve diventare.
 
E voi? Come create i vostri personaggi? Avete anche voi un quadernino per scrivere chi sono, cosa sono stati e cosa fanno?


7 commenti:

  1. Questa e' una splendida analisi di come crei i personaggi e protagonisti. Grazie per averla condivisa.

    Mi ha fatto vergognare un poco, perche' io non mi pongo mai troppe domande prima. Ho in genere un'idea di che tipo di persona voglio rappresentare, pero' la identifico meglio quando inizio a scrivere. E allora mi vengono in mente i tratti del suo carattere, quello che potrebbe provare in quel momento, e i potenziali ricordi legati a tali sentimenti. Penso che nel mio caso il personaggio o il protagonista viene formato frase per frase, e a volte mi sorprendo io stessa per le cose che gli faccio dire.

    La cosa che puo' creare insicurezze e' che il personaggio che viene fuori in questo modo puo' variare a seconda della giornata in cui scrivi. Se magari sei di buonumore lo dipingi in un modo, o viceversa, se magari sei di cattivo umore o non stai particolarmente bene, lo descrivi e lo immagini in una maniera diversa. E qui si potrebbe creare un problema di coerenza poi da mantenere nel complesso della trama. Questione non triviale.

    Tutto e' una sfida. Penso che il tuo metodo Giulia sia molto piu' efficace. Leggendo il tuo libro si capisce molto bene che tipo di donna e' Nora Cooper, la conosci e la senti quasi come un'amica, e questo e' importante per un lettore, avere un'immagine chiara e precisa del personaggio con cui ha a che fare :-)

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  2. Cara Martina, capisco perfettamente. Il tipo di approccio che ho descritto in questo post anche per me è un'acquisizione. Ho imparato a lavorare così dalle riunioni di sceneggiatura, dove, insieme ad altri sceneggiatori, si parla per ore prima di cominciare a scrivere una singola riga.
    Anch'io ero una praticante del 'seguire l'ispirazione'. Ma ti assicuro che tutto il tempo che si perde prima nel definire e nel conoscere meglio il nostro protagonista ci risparmia un sacco di fatica e di incongruenze dopo. Aiuta il lettore ad entrare in sintonia con lui, a riconoscerlo, qualche volta a identificarsi con lui. Ed è un tipo di lavoro analitico in cui possiamo migliorare continuamente e che ci aiuta anche a conoscerCI meglio.

    Quando leggo un libro, gran parte della sensazione di 'impaesamento' mi viene dai protagonisti. E allora perchè non dedicare loro il tempo e l'attenzione che meritano? Paradossalmente così si alza la posta in gioco e anche il plot ne trae benefici.

    Un esperimento. Prova anche tu a buttare giù qualche appunto sui personaggi che hai già pensato per le tue nuove storie (ovviamente soffermandoti sui più importanti) e poi fammi sapere se funziona. Se tutto non diventa più facile (starà a te poi dire se più efficace).
    Buona scrittura!

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  3. Grazie per il consiglio Giulia, lo seguiro'.
    Devo iniziare a scrivere il secondo episodio della mia serie e uno dei protagonisti e' un caso un po' complicato per cui ho bisogno di fare proprio questo tipo di 'esercizio'.

    Sono sicura che mi aiutera' a chiarimi le idee e a definire meglio il mio personaggio. Grazie!

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  4. a wonderful post, cara giulia.
    it always amazes me how every author aproaches writing in such a different way.
    thank you for sharing

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    1. Grazie, Annamaria. Riflettere e confrontarci sulla creazione delle nostre storie e dei nostri personaggi è sempre molto proficuo.
      Buona scrittura!

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  5. Ciao cara! Per quel che mi riguarda, i personaggi mi vengono spontanei, almeno quelli principali. Me li vedo davanti e imparo a conoscerli a mano a mano, osservandoli. Mi faccio delle domande su di loro e mi rispondo. Non sempre ci azzecco: qualche volta mi rispondo sì, altre: "No! Cosa ti salta in testa?" Li riconosco nella mia formazione berardiana (Giancarlo Berardi), ma ho imparato anche da autori di best-seller i quali, secondo me, non si pongono proprio limiti.
    Per il nome è un po' diverso: mi viene spontaneo, è quasi un battesimo. Credo che il nome rappresenti veramente la persona, non è solo un luogo comune. Chi ha dato quel nome a quel neonato ha sintetizzato un rapporto, due aspirazioni, due convinzioni, due visioni del mondo e le ha riassunte con quella parola.
    Ma poi bisogna lavorarci, è come un campo a sodo: se non lo lavori, anche la terra buona non produrrà un granché.
    Grazie Giulia per farci leggere questi bei post!

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    1. Caro Francesco, credo anch'io che in parte i nostri personaggi abbiano una vita propria e ogni tanto riescano anche a stupirci per la piega che inaspettatamente prendono nella storia. Ma credo anche che - una volta entrati in sintonia con loro - possiamo lavorare molto per renderli emotivamente più credibili, dando loro tutte le sfaccettature che come attenti osservatori dell'animo umano possiamo dare.
      Il rischio - altrimenti - è quello di creare dei 'caratteri' invece che delle persone in cui il lettore possa immedesimarsi.
      Hai ragione anche sul fatto che non dobbiamo mai smettere di lavorarci sopra. Lo scrivere non è fatto per chi si accontenta.
      Grazie del tuo commento!

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