Gialli, Thriller... e la metà che conta

Nuovo Guest Post sul mio blog, oggi. Ma stavolta si tratta di un Guest Post per me molto speciale. Perché la persona che oggi ci parlerà di una particolare caratteristica della struttura narrativa nei gialli e nei thriller è Mauro Marsili, sceneggiatore di numerose fiction televisive nonché... mio marito. 
Esperto di struttura narrativa, sta terminando la stesura di un libro dedicato all'argomento e organizzando una scuola di sceneggiatura a Siena.
Infrangendo la regola di non mischiare lavoro e vita privata (ma questo noi lo abbiamo fatto da tempo firmando insieme alcune sceneggiature televisive), gli ho chiesto di scegliere un argomento per un guest-post sulla struttura narrativa e questo è il risultato.


In tema di struttura narrativa vorrei evidenziare qui un aspetto importante del racconto in generale, e di quello giallo (ancor più se thriller) in particolare. 
Prendendo in esame solo il secondo dei tre atti in cui sempre il racconto si divide, ho rilevato che il protagonista (in genere un investigatore o un poliziotto) conduce un’indagine ‘esterna’ fino al mid point (così, con un inglesismo si definisce la metà racconto, con tutte le implicazioni ad esso collegate). 

Per esterna intendo la ricerca del ‘cattivo’ attraverso i classici elementi di un'indagine: testimonianze, analisi del dna, controllo di conti bancari, appostamenti, etc., etc. In questa fase, cioè, il poliziotto o l’investigatore si occupa di un’indagine esterna a lui, una ricerca che conduce muovendosi nel mondo esterno. Fino, appunto, al midpoint. A questo punto l’indagine diventa ‘interna’. 

In che modo? 
Il ‘cattivo’, a questo punto della storia, lo individua come suo persecutore, conosce il suo nome e la sua identità, e lo mette nel mirino. Quindi il nostro protagonista, poliziotto o investigatore che sia, diventa lui stesso il bersaglio del cattivo e deve cercare dentro di sé le forze per sconfiggerlo. Fino a cadere, alla fine del secondo atto, nelle mani dell’assassino pronto a ucciderlo. 

Un puro escamotage di suspanse? Non credo. In termini più generali, ma ugualmente ‘strutturali’, credo che questo spostamento debba avvenire perché finalmente il protagonista cerchi dentro di sé la soluzione al problema. E questa sua ricerca deve metterlo in crisi  ad un livello così profondo da costringerlo a trovare la soluzione (tecnicamente - non spaventi - questo viene definito 'punto di morte', perché è il momento in cui le possibilità del protagonista di farcela sono ridotte a zero). 
Ed è a questo punto che si apre il terzo atto, che infine approda al climax.

La ricerca rappresentata dal percorso per stanare l’assassino ritengo sia metafora di una ricerca più profonda che il protagonista conduce per individuare sé stesso, le proprie parti profondamente vitali, la forza che serve per farcela contro il ‘male’.

11 commenti:

  1. Sono dei passaggi che avvengono quasi naturalmente in una storia ben strutturata. Mi sono accorto che forse questa divisione in tre parti è più qualitativa che quantitativa, cioè si esprime in tre fasi e non in un tot capitoli a testa, per esempio. Ma mi guardo dall'oppormi a due esperti sceneggiatori!

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    1. se non ti opponi sei già sulla strada giusta...
      ciao, mauro

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    2. Caro Francesco,
      grazie del tuo intervento. In parte sono anch'io d'accordo con te. In un romanzo i tempi possono dilatarsi e può capitare che la divisione nei tre atti non rispetti delle 'quantità' precise, cioè tot capitoli per il primo atto, tot per il secondo e tot per il terzo.
      Nelle sceneggiature, perchè l'equilibrio funzioni, la struttura narrativa è molto più 'blindata' e deve rispettare tempi precisi.
      In genere, quando finisco di scrivere una storia, a posteriori cerco di ricostruire questa struttura e di ritrovare gli snodi del racconto. Può essere che la divisione dei tre atti non sia matematica nelle quantità (in un romanzo, sarebbe complicato), ma credo che comunque debba esserci un equilibrio.

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    3. Sono d'accordo. In qualche modo, istintivamente, nello scrivere creiamo questa struttura, ma nel campo della narrativa la sua suddivisione è meno scientifica che nella sceneggiatura. La cosa ha dei pro e dei contro. I pro sono dati dal fatto che si è più liberi, i contro dal fatto che essendo più liberi ci si può perdere :)
      Comunque sia, stavo ripensando al mio thriller "Il mentore", nel mid point succede proprio che il detective inizia ad avere dei sospetti più specifici su una persona (sconosciuta al lettore) e modifica il suo atteggiamento nei confronti delle indagini (inizia a tenere per sé delle informazioni, perché teme di avere ragione). C'è questo evidente passaggio dell'indagine dall'esterno all'interno. Ammetto che, però, questo passaggio mi è venuto spontaneo ed effettivamente sta più o meno a metà libro.

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    4. Vedi? Credo che sia perché in fondo questa struttura ce la portiamo dentro. Anch'io, quando a fine stesura, cerco di riportare il racconto alla struttura narrativa, il più delle volte mi accorgo di aver messo 'naturalmente' le cose al punto giusto. E questo è un bene.
      Ma purtroppo le cose non vanno sempre così, e ogni tanto bisogna dare un''aggiustatina' facendo riferimento all'equilibrio dei tre atti. Buona scrittura.

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  2. Credo che la metafora espressa in questo post sia quanto di più vero e profondo possa esistere in un crime novel.
    Io, purtroppo o per fortuna, ho questo difetto di guardare sempre tutto ciò che scrivo dal punto di vista del lettore.

    L'indagine prima del mid point è fondamentale per "mettere alla prova" il lettore di crime novel: chi legge questo tipo di letteratura spesso ama giocare con l'investigatore e lo scrittore in una gara a chi capisce prima il senso degli indizi. Il lettore viene guidato, in un certo senso, dall'autore, e viene messo in un punto di competizione/collaborazione platonica con l'investigatore. E ovviamente, entrambi dovrebbero essere messi in condizione uguale di dare significati agli indizi.

    Il mid point è la chiave di ogni crime novel, quello che definisce se un giallo funziona o meno, anche dal punto di vista dello scrittore. Non avrei saputo spiegare meglio quello che dice tuo marito, cara Giulia.

    Per quanto mi riguarda, tengo sempre a mente questi pochi punti nella speranza di non "cannarli" mai... o al limite di andare contro corrente in maniera studiata, e non per errore stilistico o di plot.

    Ciao e grazie per il bel guestblog :)
    Stefania

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  3. cara stefania, mi fa piacere che trovi interessante il mio punto di vista sul mid point e vorrei rilanciarti sul punto di morte, che a mio avviso ha un'importanza simile nella costruzione del protagonista (ogni storia non è la storia del protagoista?). Malgrado sia consapevole della maniera un po' accademica e formale di argomenti che riguardano più la nostra biologia che i libri di testo, vorrei dirti che il punto di morte, se ce l'hai presente nella scrittura, può darti il limite della consapevolezza sbagliata del tuo personaggio. Più in basso di lì, rispetto al suo obbiettivo iniziale, non può andare. Cioè muore perché ha condotto fino alla fine il suo approccio sbagliato al problema, cioè la sua morte, come capita a tutti noi quando ci intestardiano per amore, orgoglio, vendetta, etc., su qualcosa 'fuori da noi'. Lì muore, nell'artificio. Lì deve fare una scelta perché sennò per lui è la fine (fisica o psicologica). E come si risorge da certi momenti bui dove la nostra vita pare all'improvviso non avere più uno sbocco? Affidandosi totalmente, ciecamente, fiduciosamente, alla propria emotività, a essere ciò che si desidera senza timore delle conseguenze. Ecco che il nostro protagonista arriva così al climax. Allora, mi chiedo? Non è la storia di tutti noi? Arrivare a questo punto dopo che l'esistenza ci ha precluso tutto irrimediabilmente? E, mi viene ancora da pensare, non è l'imperativo assoluto dello scrittore? Essere costretto a dover urlare invece che trovare le parole giuste? Scusa l'enfasi, ma anch'io parlerei per giorni dei nostri limiti per poterli poi sottrarre ai nostri personaggi, alla fine dei nostri racconti.
    Ciao, Mauro

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    1. Ciao Mauro,

      da quello che dici ne evinco che sei uno di quegli scrittori che scrive molto di pancia :)

      Ciò che dici è vero, ma mi piace pensare che ogni volta che il mio detective risolve un caso, un pezzo di lui muoia con l'indagine. Come una candela che piano piano esaurisce la cera.
      A dire il vero, ho già anche pianificato la sua morte, proprio (più o meno) per le cose che hai spiegato tu. :)

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  4. Cara Stefania,
    difficile aggiungere qualcosa di più, ma grazie di essere intervenuta.
    Parlare di scrittura e di struttura narrativa è sempre molto stimolante.

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  5. Non leggo mai libri gialli, ne' thriller, al massimo ho letto Dan Brown, che si puo' avvicinare un po'. Adoro pero' guardare film del genere e mi piace cercare di capire chi e' l'assassino, o se e' gia' noto dall'inizio, capire come l'eroe riuscira' ad incastrarlo.

    Nella mia ingenuita' non avevo mai intuito che ci fosse sotto questa struttura narrativa, questa divisione in tre atti, comune a tutti i thriller o crime fiction. Mi sono chiesta se e' applicabile anche ad altri generi di scrittura, e presumo di si.

    Se penso al mio romanzo, che e' un misto tra romanzo rosa e mistero, di sicuro il midpoint non c'e', forse le vicende si accavvallano in un dolce crescendo, finche' non si arriva al finale, che vede comunque lo stesso raggiungimento della tua terza fase: quella dove il protagonista trova se stesso.

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  6. Che uno scrittore riesca a tracciare un percorso (struttura narrativa) senza averlo vivisezionato prima, con la tecnica esposta in decine di libri, è cosa possibile, anzi auspicabile. La struttura in tre atti che riguarda non solo le sceneggiature, ma anche i romanzi, in realtà riguarda la struttura biologica dei nostri sogni. Aristotele non si è inventato i tre atti, ma ha codificato una rappresentazione 'biologica' del nostro essere. In un sogno (tutti i sogni) esiste una situazione di partenza, il conflitto (che ci tormenta) e il finale che è un incubo o una consolazione. Noi sogniamo in tre atti, ed è per questa ragione che riconosciamo la struttura dei tre atti aristotelici. Non sono due, né quattro. Sono tre, ma a stabilirlo è stata la nostra biologia. quindi è naturale che uno scrittore ci arrivi senza averla studiata in alcun libro, perché è parte di sé. Studiarla, la struttura narrativa, può servire però a dare un senso al sogno (che in quanto tale ha una sua dignità e non va toccato). Sapere cosa sto sognando e perché non aiuta a essere più creativi, ma a orizzontare meglio il nostro racconto, a spurgarlo da considerazioni a latere che spesso creano noia nel lettore, a centrarsi di più sulla trama e sull'emozione che vogliamo rappresentare. Ci sono dei bei sogni, e dei brutti sogni. Ma sono sempre un racconto. In tre atti. Quindi sì, si può scrivere senza sapere come farlo nella maniera più esplicativa. I grandi poeti lo fanno. Noi scrittori, soprattutto noi sceneggiatori, siamo più amanuensi dell'emozione che impetuosi ed esplosivi creatori.
    ciao, mauro

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